A tutto profitto

(di Paolo Ercolani- da http://ilmanifesto.info/)-

Tempi presenti. Friedrich Hayek: un ritratto a tutto tondo del pensatore austriaco di quel liberismo reazionario che è tornato di moda con il dominio del potere tecno-finanziario. Le sue controverse teorie sembrano essere un vademecum per i governanti di oggi.

Le cronache giornalistiche del tempo riferiscono che, durante una concitata riunione del suo governo, Margaret Thatcher di fronte ai suoi ministri che litigavano fragorosamente, sbatté un grosso tomo sul tavolo esclamando: «Basta signori, è inutile dividersi. La nostra bibbia è contenuta in questo libro. Esso ci indicherà la strada!».
Quel librone degli anni Sessanta del secolo scorso (The Constitution of Liberty) era lo stesso in cui Friedrich Hayek si lanciava in un’accorata e nostalgica esaltazione della Svizzera in cui le donne non avevano il diritto di voto (e in generale i diritti politici) e, nella ricostruzione dello stesso autore, erano per giunta contente di questo fatto.
Le possibilità allora sono due: o la signora Thatcher, donna e primo ministro inglese, non aveva letto quella che lei stessa considerava la bibbia del suo governo, oppure non si riteneva appartenente a un genere specifico e, quindi, accettava di conferire a quel volume un così grande valore, malgrado la discriminazione anacronistica nei confronti della popolazione femminile, contenuta fra le sue pagine.

In ogni caso, i conti non tornavano. O meglio, non tornavano per quel tempo, quando il liberalismo riteneva di aver costruito da solo le democrazie occidentali (sconfiggendo il comunismo), e Hayek veniva da molte parti presentato come «il più grande liberale del Novecento».
In realtà quei conti tornano oggi, quando sappiamo che è riaffiorato e prevale un liberalismo di matrice reazionaria e ultraliberista, rispetto al quale Friedrich Hayek rappresenta l’autore più significativo e importante per comprenderne tanto i fondamenti teorici quanto le ricadute pratiche. Insomma, se riusciamo a guardare dritto negli occhi l’anima profonda dell’epoca neoliberista e post-democratica in cui viviamo, scorgiamo chiaramente lo sguardo di colui a cui venne conferito il premio Nobel per l’economia nel 1974.

Emarginati a oltranza
Questo autore tanto osannato respingeva il nerbo stesso della democrazia, proponendo ancora negli anni Ottanta del secolo scorso di escludere dal diritto di voto i pensionati, i dipendenti pubblici, chi riceve sussidi o altri supporti finanziari dallo Stato o da Enti, i disoccupati. Insomma, tutti coloro che non contribuendo ai «mezzi» della ricchezza di una società, limitandosi secondo lui a «goderne» i risultati, non possono beneficiare degli stessi diritti degli altri. Il diritto di cittadinanza, in buona sostanza, come premio ricevuto soltanto da chi si rivela produttivo per il mercato.
Questo rifiuto del valore universale dell’uomo in quanto tale, del resto, Hayek aveva già avuto modo di manifestarlo laddove si era fortemente opposto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, polemicamente definito come un documento che manifestava l’influenza del comunismo presso le democrazie occidentali.
Alla base di tutto ciò vi è la netta opposizione all’idea stessa di uguaglianza, persino declinata in senso esclusivamente formale. Gli uomini non sono uguali e, soprattutto, non vanno trattati come tali, perché è soltanto il Mercato, e in generale la naturale evoluzione concorrenziale delle cose, a stabilire chi uscirà vincente e potrà, in questo modo, beneficiare tanto della ricchezza quanto dei diritti. È partendo da questo assunto di fondo che Hayek si scagliava contro uno dei grandi pilastri delle democrazie occidentali: quella giustizia sociale a cui tanto aveva contribuito il suo acerrimo nemico Keynes.
Operare a favore della giustizia sociale, specie da parte dello Stato, equivaleva perseguire un miraggio nefasto e, in realtà, produttore di una democrazia totalitaria, quella dove in nome di un astratto benessere collettivo il governo finisce per colpire ed affossare la libertà effettiva degli individui.

Cosa garantire?
Ma allora chi, o cosa può garantire l’effettiva libertà degli individui, secondo il pensatore austriaco?
Qui Hayek era disposto a ricorrere persino alla metafisica, pur di far quadrare il proprio impianto teorico. È l’«ordine spontaneo», ossia un’entità immanente e superiore al mondo umano, sconosciuta ad ogni uomo ma perfettamente in grado di esercitare i suoi effetti imponderabili e imprevedibili sul consesso sociale.
Il Mercato, ritenuto dal pensatore austriaco capace di auto-regolarsi, rappresenta da questo punto di vista il «verbo» che si fa carne, l’ordine spontaneo stesso nella sua manifestazione concreta. È lasciato libero di autoregolarsi e di funzionare secondo il principio della libera concorrenza (nonché della domanda e dell’offerta). Proprio in virtù di quell’ordine spontaneo che lo legittima dall’alto, il mercato garantirà la piena libertà di tutti gli individui di operare per il proprio tornaconto personale assicurando, al tempo stesso, una crescita complessiva della ricchezza sociale (certo, non senza qualche vittima «fisiologica»). Chi deve tenersi rigorosamente lontano dall’intralciare il funzionamento spontaneo del Mercato, non è soltanto lo Stato con le sue leggi, non è solo il Parlamento che in realtà è capace soltanto di promulgare norme a tutela di quella maggioranza elettorale che lo ha messo lì, ma soprattutto e in definitiva l’uomo stesso con la sua ragione.

È l’uomo, per Hayek, a macchiarsi di hybris contro il dio Mercato e i suoi disegni misteriosi, illudendosi con la propria ragione (malata di costruttivismo) di poter limitare, regolare o peggio ancora governare i meccanismi economici.
Quello stesso uomo a cui, per il pensatore austriaco, spetta invece il compito di riconoscere la propria radicale ignoranza e limitatezza strutturale rispetto ai meccanismi sociali, in seguito alla quale la sua «presunzione fatale» di operare con la propria ragione sulla società stessa, condurrà inevitabilmente sulla strada della schiavitù e della fine dell’Occidente liberale.

Distruzione della ragione
La ragione umana, che è fondamentalmente ragione politica, deve quindi riconoscere la propria ignoranza e impossibilità di governare il meccanismo sociale oltremodo complesso, sottomettendosi a quella ragione superiore (del Mercato, dell’ordine spontaneo) che in buona sostanza è una ragione (e una prassi) economica.
In questa che di fatto si presenta come una distruzione della ragione e della conoscenza umane, e quindi dell’uomo come soggetto capace di incidere sulla Storia e sulla società che si trova ad abitare, Hayek si rivela un discepolo inconsapevole di Nietzsche (e di quel «post-moderno» che negli anni dell’economista austriaco iniziava il proprio radioso cammino).
Quel Nietzsche che, teorizzando l’«innocenza del divenire» (come innocente rispetto alle sue vittime è il mercato per i liberisti), malediva cristianesimo, socialismo e democrazia (ma anche lo Stato, il Parlamento, le leggi), colpevoli di coltivare la pia (e nefasta) illusione di poter modificare i disegni misteriosi e insindacabili del Fato.
Questo a voler rivolgere lo sguardo verso il passato rispetto ad Hayek. Ma decidendo di concentrarsi sul futuro che è sopraggiunto all’autore austriaco, cogliendo appieno ancora una volta la centralità di questo studioso per comprendere il mondo contemporaneo, è impossibile omettere la sua influenza sui grandi guru della Rete, come per esempio Kevin Kelly.
Malgrado Hayek citasse il computer una volta soltanto in tutta la sua produzione (sostanzialmente per attaccare l’«acritico entusiasmo» che in quegli anni li circondava), è impossibile non rilevare come i grandi fan delle Rete si ispirassero alle dottrine neoliberiste di cui l’autore austriaco è il maggior esponente.
Proprio Kevin Kelly (tra le altre cose fondatore della rivista Wired), citando espressamente Hayek, esalta internet in quanto dimensione «fuori controllo» perché non regolata da leggi, norme, istituzioni che possano frenare il libero navigare degli individui.

La sovranità (umana) è bandita
Insomma, la Rete come il grande sogno realizzato dei liberisti di ogni epoca, perché in essa non c’è Stato né governo, niente leggi né impedimenti al libero, spontaneo e produttivo interagire di tutti gli utenti. Più di anarchia che di libertà bisognerebbe parlare. Ma tant’è, questi sono i fondamenti della nuova «società in Rete» e, sicuramente, le teorie di Hayek hanno giocato un ruolo centrale. Sussistono poi pochi dubbi sul fatto che i suoi assunti siano alla base di un sistema, quello tecno-finanziario (imperante all’interno di quel contesto storico sociale chiamato «globalizzazione»), in cui a esercitare un governo mondiale sono i dogmi della teologia economica.
A ben poco sono valsi e valgono gli sforzi di economisti come Stiglitz (altro premio Nobel, nel 2001), che tentando di recuperare e attualizzare la tradizione keynesiana va proclamando la necessaria urgenza di un governo politico mondiale, ossia di un’istituzione sovranazionale che, costituita in maniera democratica, sulla base di leggi, di un’etica e di un programma politico possa regolare e guidare quei meccanismi economici e finanziari che oggi regnano invece sovrani. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti coloro che intendono vedere.
A cominciare proprio da quel progetto chiamato «Europa», che non è vero (come molti vanno dicendo) che è «incompiuto» perché sprovvisto di un’unità anche politica (oltre che finanziaria), ma che è stato pensato e realizzato con lo scopo di depotenziare e annientare ogni possibile influenza della democrazia politica sulla dittatura economica.

A regnare incontrastata è un’ideologia unica (il Mercato come fine di ogni agire e l’uomo come mezzo sacrificabile sull’altare di fini non suoi), e questa ideologia unica alimenta l’unico vero e onnipotente governo mondiale: quello del sistema tecno-finanziario.
Chi vuole intenderne i fondamenti, le basi e persino i modi di funzionare, deve leggere assolutamente le opere di Hayek. Il sacerdote indiscusso della religione del nostro tempo.

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