Come affrontare la più grave crisi economica del dopoguerra

di Gianfranco ISETTA

Si assiste sempre più perplessi al dibattito politico-culturale che attraversa, non solo l’Italia, ma tutta l’Europa sul come riuscire ad affrontare la più grave crisi economica, forse non solo del dopoguerra, che investe l’Occidente capitalistico.

Una crisi che si è sviluppata all’interno di un vero e proprio sommovimento planetario nei rapporti economici e commerciali tra le varie grandi aree del mondo e dove la grande speculazione finanziaria si è inserita assumendo un ruolo decisivo fino ad influenzare e soppiantare sia l’economia reale che la politica nel loro compiti.

Qui da noi in Europa si confrontano, spesso in modo rigido, due opinioni che, semplificando, si potrebbero suddividere in due categorie.

Da una parte il rigorismo, con i tagli alle spese e la stretta creditizia in funzione del raggiungimento degli equilibri di bilancio per risanare i conti pubblici dei vari Stati.

Dall’altra lo sviluppo, da conseguire attraverso la spesa pubblica e l’intervento della Comunità europea con i suoi strumenti anche finanziari.

La Banca centrale è stata invitata, in questa ottica, ad occuparsi non solo di finanza, ma immettere liquidità sul mercato per consentire nuovi investimenti, cosa che peraltro sta facendo con il quantitative easing.

Tutti argomenti che ci sentiamo ripetere quotidianamente, con varie sfumature all’interno dell’una o dell’altra linea.

Finora la prima impostazione a livello europeo ha prevalso, alcuni parametri (come la soglia del 3% sul PIL) restano intangibili, salvo nell’ultima fase, per la paura dei partiti euroscettici, sentire qualcuno introdurre il concetto di una qualche elasticità nei confronti dei tempi entro cui restare per rispettare questi vincoli, anche se l’Italia sta scontando un forte scontro con l’Ue proprio sul rispetto di questi parametri e di impegni presi.

Il lavoro, ripetono tutti, è il tema centrale e per crearlo occorre favorire gli investimenti ma anche risanare i conti pubblici. Sacrosanto, ma investimento per produrre cosa e venderli a chi? Questa a mio parere è la questione vera che riguarda tutti: Stato, imprese, sindacati.

In realtà si continua a pensare di poter risolvere il problema di ormai milioni di persone e soprattutto giovani con scelte illusorie perché non nascono da una comprensione reale delle cause che sono alla base di questa crisi, lo ripeto delle economie occidentali, in particolare europee e, all’interno, della nostra economia.

Io penso che, come sempre, la realtà sia molto più complessa di quel che si vorrebbe far credere partendo da posizioni precostituite, spesso figlie di ideologismi, che appaiono sempre più inadeguati a leggerla.

Da un lato si reclama una riduzione dei costi di uno stato sociale troppo oneroso per l’economia e quindi per lo sviluppo delle imprese e dell’occupazione ed ecco quindi la giustificazione a sostegno di una politica di rigore che però, accompagnata, come in Italia, ad una crescita incontrollata della pressione fiscale, ha come unico risultato la compressione dei consumi, cioè delle condizioni di vita delle famiglie, e la difficoltà crescente per le imprese.

Dall’altro lato una difesa dello stato sociale e delle garanzie in esso contenute con il rifiuto di una politica rigorista a senso unico e la richiesta di investimenti anche pubblici, di un riequilibrio della pressione fiscale, e del mantenimento dei diritti fondamentali dei cittadini che , lo ricordo, riguardano ad esempio la sanità, istruzione e la cultura, le pensioni, l’Assistenza alle fasce deboli della popolazione.

Da tutti gli schieramenti poi, specie da noi in Italia, viene rivendicata la necessità di nuovi strumenti per garantire un rapporto corretto tra cittadini e istituzioni attraverso profonde riforme sempre enunciate e mai realizzate, oppure mal realizzate (vedi legge elettorale).

La crisi economica occidentale, ed europea in particolare, con la novità recente dell’irruzione nella politica mondiale del nuovo presidente USA Donald Trump, che sta facendo scelte ben chiare per esempio in tema di non diritti e non tutele sociali nel suo paese, penso che porti con sé al rischio per la più grande invenzione sul piano politico-economico e anche culturale, appunto lo stato sociale, che è serviti anche a far accettare la democrazia come il migliore degli assetti istituzionali possibile,crisi che ha una origine chiara e più profonda.

Siamo alla fine di un Impero fondato sulla colonizzazione di aree del mondo, fino a qualche decennio fa escluse dallo sviluppo economico e dai suoi benefici, nel bene e nel male, e con le contraddizioni all’interno del nostro mondo “privilegiato” in termini di distribuzione della ricchezza e delle condizioni di vita delle persone che tutti conosciamo.

Non a caso la stessa democrazia è stata una peculiarità dell’Occidente capitalistico ma dubito possa funzionare in un mondo globale, come la realtà ci sta confermando, e penso che oggi sia in crisi anche da noi in corrispondenza del l’incapacità delle elites politiche di garantire il benessere di cui le popolazioni hanno potuto godere in questo dopoguerra europeo.

Aree, quelle, ora impegnate a riappropriarsi delle loro risorse naturali e umane, escluse per secoli dai benefici derivanti dalla razzia delle ricchezze di cui disponevano. Tutto ciò sta cambiando ed è cambiato rapidamente.

Quando parliamo del BRICS parliamo di un insieme di paesi ma anche di zone del mondo che stanno conoscendo, o hanno recentemente conosciuto, ritmi di sviluppo impressionanti, pur con moltissime contraddizioni e errori.

Errori legati all’idea di voler copiare meccanismi già sperimentati nell’Occidente a partire dalla Rivoluzione industriale, alcuni dei quali hanno prodotto solo distruzione ambientale e sviluppo diseguale tra territori stessi e strati sociali (tanto è vero che in tutte quelle aree, pur in condizioni e forme diverse, il tema del rapporto tra economia e democrazia sta mobilitando le piazze di mezzo mondo, anche in quei paesi del nord Africa e comunque del mondo arabo che reclamano novità sostanziali sul piano dei diritti e della distribuzione della ricchezza, che si comincia ad intravedere).

Certo la rivoluzione informatica e delle comunicazioni sta giocando un ruolo decisivo in tal senso ma anche nel modo di produrre, del cosa produrre e per chi. Su queste domande si colloca il riassetto del sistema economico mondiale, sconvolgendo assetti consolidati, soprattutto qui da noi, e mettendo in crisi interi sistemi produttivi non assolutamente in grado di reggere una concorrenza internazionale sempre più forte sul piano dell’offerta di beni e servizi e contemporaneamente incapaci di entrare in questi nuovi mercati potenzialmente enormi.

Di fronte a questo sommovimento, gli Stati nazionali europei si sono dimostrati incapaci di reagire tentennando tra atteggiamenti di chiusura anacronistici e con effetti devastanti sul piano della reciprocità, ipotizzando politiche economiche difensive e isolazionistiche (ricordo persino di idee di imposizione di dazi doganali sulle merci di importazione da altri paesi fuori dall’Europa) ma anche posizioni sul piano economico-sociale di chiusura profondamente sbagliati oltre che sul piano etico anche su quello economico nei confronti del tema dell’immigrazione, da considerarsi come risorsa potenziale, e reale, e non come problema e atteggiamenti di rassegnazione puntando tutto sulla politica di rigore interno e di riduzione della spesa sociale.

Lo Stato sociale in realtà è una conquista, cui cominciano a guardare le classi dirigenti più avvertite di quei paesi in crescita, che quindi non solo non va smantellata ma preservata e rimodellata sapendo che o si riprende a produrre ricchezza oppure anche questa conquista viene messa in pericolo per mancanza di risorse. Naturalmente non penso ad una crescita per la crescita dai connotati esclusivamente quantitativi ma auspico ad esempio un ripensamento radicale non solo su cosa produrre ma anche sul modo di produrre e su come distribuire equamente la questa ricchezza prodotta.

Innovazione, ricerca, parole ormai persino logorate nell’uso che se ne fa, devono diventare fatti concreti e scelte chiare da parte degli Stati ma anche da parte delle imprese che hanno anch’esse grosse responsabilità per l’incapacità dimostrata nel sapersi rinnovare su questi versanti, tranne poche lodevoli eccezioni, nel recuperare una visione etica (penso ad Adriano Olivetti e al suo “sogno”) e nel rifuggire da un assistenzialismo pubblico diretto e indiretto spesso all’origine di questa insipienza nel saper affrontare le sfide della modernità.

Insomma è all’interno di questa visione globale, nell’accettazione di una realtà mondiale che è cambiata che chiama in causa l’Occidente e l’Europa nella sua capacità o meno di sapersi rinnovare che risiede il futuro della nostra area del pianeta e di chi ci abita, a partire dalle giovani generazioni.

Non è la prima volta che il baricentro dello sviluppo si sposta da un’area all’altra del mondo. Dobbiamo domandarci cosa può comportare nella nostra contemporaneità questo cambiamento: se un declino irreversibile (con una sostanziale impotenza della politica e delle élite e la progressiva e irreversibile crisi della democrazia) o una nuova occasione di miglioramento delle condizioni di vita delle persone all’interno di un assetto mondiale che ci si augura più giusto e equilibrato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *