La resa dei conti

 

 

(di Paolo Lazzari)-

Finalmente abbiamo appreso (alla faccia della trasparenza) che su 28.518 grillini, e cioè circa la metà degli iscritti, che hanno votato per le quirinarie, solo 4.677 hanno scelto Rodotà. Un risultato risibile in confronto ai quaranta milioni di elettori, anche se il nome del candidato alla massima carica dello Stato è stato poi scandito fino alla nausea dai giovani seguaci del comico genovese fra i quali con ogni probabilità, vista la loro conclamata carenza di cultura politica, almeno il 90% non sapeva neppure di chi si trattava. Eppure quella manciata di voti ha scatenato la fronda nel Pd con molti suoi esponenti che si chiedevano perplessi ‘perché non volete votare Rodotà’, dimostrando così anch’essi di non conoscere neppure i fondamentali della politica. Così facendo infatti il partito democratico si sarebbe consegnato con le mani e i piedi legati a Grillo le cui offerte ‘praterie’ di governo Pd – 5 stelle, si sarebbero ridotte in breve a giardinetti di periferia in cui confinare il credulo partito dell’ex segretario Bersani a un ruolo del tutto marginale.

Ma questa insipienza piddina è stata soltanto uno fra gli accadimenti sconcertanti di questi ultimi giorni. Quello che mi ha più colpito è stata la fortissima distonia tra la mia personale percezione di cittadino qualunque che parla con la gente che incontra per strada e la ‘drammatica’ rivolta della base che ha condizionato l’agire del primo partito italiano. Sarà stato un caso ma a me è capitato di incontrare molti dichiarati elettori del Pd che non davano mostra di stracciarsi le vesti di fronte all’ipotesi di a un governo di larghe intese finalizzato a varare con estrema urgenza provvedimenti di contrasto alla crisi. La trovavano serenamente accettabile per evitare lo spettro di un tracollo generale, avvicinato da una incomprensibile (per i comuni cittadini) melina che si è trascinata per quasi due mesi. Mi viene il sospetto allora che tra i più di dieci milioni di elettori che hanno scelto il Pd, la stragrande maggioranza ragioni diversamente dagli iscritti che vanno in piazza a bruciare le tessere. Un episodio largamente enfatizzato dai media, visto che poi si è saputo che la tessera in questione era soltanto una e poi ancora risalente all’anno scorso. Questa stragrande maggioranza non è scesa in piazza, non ha stracciato o bruciato tessere in favore di telecamere. Ha assistito perplessa allo svolgersi degli eventi chiedendosi perché venisse considerato così traumatico trovare l’accordo su quattro o cinque provvedimenti condivisi con il Pdl e dedicare tutte le forze dare una speranza agli italiani stremati dalla crisi.

E infatti traumatico non lo sarebbe per niente se non fosse che l’unico collante che ha tenuto insieme il ‘partito mai nato’ in questi ultimi anni è stato sempre e solo il maniacale antiberlosconismo. Bersani ha condotto una campagna elettorale in cui è riuscito a non parlare di programmi concreti ma solo di ‘smacchiare il giaguaro’. Dopo l’esito deludente del voto, nell’attesa che alla bisogna provvedesse la magistratura, ha continuato su questa linea irrigidendosi nel rifiutare ogni alleanza e puntando tutte le sue carte sulla defezione di qualche ‘cittadino’ di fede grillina eletto in parlamento, fino ad arrivare al fantascientifico spettacolo del segretario del primo partito italiano umiliato da due ‘cittadini parlamentari’ infastiditi come fossero di fronte a un ostinato ‘vu cumprà’.

Eppure Bersani mi è sempre sembrato uomo di buon senso, un post comunista pragmatico all’emiliana. Ma evidentemente vent’anni di antiberlusconismo (e nient’altro) hanno fatto perdere al partito, o meglio alle sue nuove generazioni promosse dalle primarie e dall’ottica del giovanilismo a tutti i costi, ogni senso della realtà fino ad arrivare alla spocchiosa esibizione di una presunta superiorità morale, intellettuale e politica di certificazione esclusivamente autoctona.

Ma ogni sistema che si irrigidisce troppo rischia di frantumarsi, come si è puntualmente verificato con la scandalosa bocciatura a voto segreto dei due candidati presentati da Bersani e come si è visto dall’ultima direzione in cui i mal di pancia erano evidentemente ben superiori alla ventina tra contrari e astenuti, visto che numerose sono state le allusione a una partecipazione al governo di basso profilo – da parte di esponenti che la volpe sotto il braccio ce l’avevano eccome – in modo da non sporcare l’immagine dei vertici, la cui candida veste non doveva essere lordata da frequentazioni berlusconiane. Una direzione in cui si è sentito un preoccupatissimo Franceschini rivolgere un accorato appello perché si spiegasse alla base che la linea del Pd non era cambiata in nulla, che il nemico rimaneva lo stesso e che al governo si dovevano mandare qualche mezza figura tanto per accontentare Napolitano, al solo scopo di lasciare il cerino acceso in mano a Berlusconi.

E gli interessi dell’Italia? Di quelli, alla direzione del Pd non si è discusso, come da collaudato copione. L’interesse primario è il partito, tutto il resto è solo democrazia. Auguri.

E un consiglio: andatevi a rileggere Togliatti.

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