Chi riempirà il vuoto del Grillo perdente?

(di Maurizio Bonanni-da www.lopinione.it)-

“Chi la fa l’aspetti!”. Si sa, a volte anche i grilli perdono le antenne! Per il Beppe furioso, gli elettori sono “intelligenti” quando votano a suo favore, mentre gli risultano semplicemente “manipolati”, se non proprio, più volgarmente, dei “coglioni”, quando gli votano contro, o si astengono. Per lui, autocritica pari a zero! Siamo, dunque, prossimi per M5S, a seguire le orme del mai rimpianto “Uomo Qualunque” di Giannini, meteora politico-elettorale post-bellica di breve durata? Tristemente, credo proprio di sì. Del resto, i voti non sono materia da mettere nel congelatore, ma da utilizzare come dinamite, semmai, per rimuovere le metastasi del potere, che si annidano, rispettivamente: nell’inettitudine e nella corruzione della burocrazia; nel malcostume di governo; nelle banche che non prestano soldi e in una moneta unica finta, nata su misura per tagliare della metà il potere di acquisto di “Paesi-cicala” come il nostro.

E, invece, Grillo e Casaleggio che cosa fanno del 25% del voto degli Italiani? Semplicemente nulla, grazie a un personale politico di finti eletti, del tutto improvvisato e impreparato a gestire la cosa pubblica, con riferimento sia alla fondamentale cabina di regia del Parlamento nazionale, sia alle linee secondarie di governo delle amministrazioni locali. M5S è un “Partito padronale” come molti altri, ormai. Se dovesse scomparire, finirebbe con lui il sogno della democrazia diretta per via telematica! C’è da chiedersi: senza più finanziamento pubblico e disinnescata la scorciatoia della Rete, quale altra forma-partito potrebbe vedere la luce nel prossimo futuro? Non di certo quella degli antichi Partiti-chiesa, che dovevano il mantenimento della loro struttura elefantiaca (diffusa capillarmente sul territorio nazionale) al tesseramento di massa e al lavoro gratuito di milioni di volontari, che organizzavano e tenevano in vita le sedi di Partito perfino in paesini di poche centinaia di abitanti. All’epoca, slogan elettorali, linee di condotta e volantini venivano elaborati da un’unica centrale di pensiero e trasmessi puntualmente, ovunque vi fosse la presenza di una forma (anche solo individuale) di militanza.

Oggi, volendo ricostituire ex novo tutto questo, occorrerebbero miliardi di euro, per mantenere lo stesso numero di sedi distaccate (a presidio della rappresentanza politica sul territorio) e la necessaria burocrazia di partito. Chi potrebbe sostenere simili costi? Attualmente, proprio nessuno. Nemmeno Berlusconi. Accade così che soltanto quando i leader carismatici scendono in campo, in prima persona, si assiste a una forte polarizzazione del voto a loro favore, seguito da un vuoto di azione e di continuità, dovuto all’assenza di un’organizzazione partitica vera, vivace e sufficientemente autonoma, diffusa sull’intero territorio nazionale, che possa fare da demoltiplicatore tra la volontà del capo e la democrazia di base. Un sintomo di questa schizofrenia della rappresentanza politica è costituito dalla proliferazione delle liste civiche, solo in parte espressione della volontà di auto organizzazione delle comunità locali e, più spesso, frutto dell’alchimia politica, per sfruttare al meglio le défaillance del sistema elettorale amministrativo. Oggi, infatti, è del tutto inverosimile che si possa costruire un ragionamento “scalare” tra governi centrali e locali, come accadeva al tempo della Dc e del Pci, in cui un insuccesso generalizzato alle amministrative aveva notevoli ripercussioni sulle alleanze nazionali di governo.

Oggi, il dilagare dell’astensionismo di massa è il vero dato destabilizzante, sul quale sono invitate a ragionare tutte le forze politiche italiane. In sintesi: qual’è, oggi, la forma migliore da dare alla rappresentanza politica, conciliando le istanze di democrazia diretta con quelle della democrazia parlamentare? Un ibrido sperimentale, forse, ci sarebbe.. Ad esempio, si potrebbero formare delle liste uniche nazionali di aspiranti parlamentari, con accesso libero per tutti, vincolato soltanto al rilascio di un attestato di abilitazione all’esercizio della rappresentanza parlamentare. Come accade per la patente di guida, l’aspirante è tenuto a superare un esame teorico-pratico, che ne verifichi le necessarie competenze di base, in materia di diritto costituzionale, di diritto pubblico, di contabilità di Stato, e ne dimostri, altresì, per la parte pratica, la capacità oggettiva di saper redigere e discutere pubblicamente un testo di legge.

Dopo di che, il gioco è fatto: i parlamentari (e, per le liste uniche locali, i consiglieri comunali/regionali) effettivi vengono scelti per sorteggio dalla lista degli aspiranti, sulla base di tre macro-parametri: la fascia d’etá; il sesso; la residenza, in modo che il Parlamento (Consiglio) nella sua composizione finale risulti una immagine sufficientemente “scalare” della popolazione residente nel territorio. Nella fase intermedia, lo stesso identico ragionamento potrebbe applicarsi per colmare il vuoto di rappresentanza politica dovuto all’astensione, sia nazionale che locale. Basta considerare quest’ultima, infatti, come uno specifico atto di volontà di auto rappresentanza, da parte delle decine di milioni di lettori astenuti. In questo caso, occorre postulare il vincolo di mandato per gli eletti che, per nessun motivo, possono transitare, successivamente, in uno dei gruppi parlamentari delle rappresentanze di partito, fuoriuscendo da quello indipendente al quale sono iscritti d’ufficio, a seguito del sorteggio. Troppo difficile e complicato? È perché non chiediamo agli italiani che cosa ne pensano?

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