Dite la verità al popolo sovrano

(di Massimo Cacciari-http://espresso.repubblica.it/-dalla rubrica “parole nel vuoto)-

Crolla la fiducia in tutte le istituzioni. Ma aumenta quella nei leader. Si crea così una situazione esplosiva e molto dannosa. Perché forti del consenso i capi sono portati a fare promesse mirabolanti che non sono in grado di mantenere-

Per quanto i sondaggi non dicano di solito se non quello che un uomo desto sa già per conto suo, le ultime nuove che ci riportano una profonda preoccupazione dovrebbero destarla. La fiducia del popolo sovrano in tutte le istituzioni è in caduta libera; per dirla con un grande scrittore che descriveva una situazione ben altrimenti tragica, quella tedesca alla fine degli anni ’20, la fiducia di ogni, per così dire, cittadino nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo sta uscendo dalla sua anima come l’aria da un pneumatico bucato. Eppure, a guardar bene, non è così, ma anche peggio. La sfiducia colpisce in proporzioni crescenti servizi pubblici, istituzioni, sindacati fino al grado zero dei partiti, meno le organizzazioni e i servizi privati, meno ancora i leader (come se non fossero leader di partito). Dunque: crollo dell’idea stessa di una res publica e crescente affermazione della fede che la democrazia possa benissimo funzionare senza partiti. Dal combinato disposto delle due prospettive emerge con necessità logica la tendenza alla soluzione plebiscitario-carismatica: il leader, col minimo possibile di intermediazioni, o per via sms, blog, tweet, ecc., comunica, rappresenta, guida. Il debordante “Io” di questa nuova leadership crede così di potersi esprimere col “Noi” ancora più convintamente dei suoi predecessori. E neppure questa è una buona notizia, essendo tale abitudine testimonianza somma di stupidità.

Il fatto, poi, che la stupidità comunque più grande consista nel credere che la ragione possa vincerla sempre, non dovrebbe essere un buon motivo per sottovalutarla troppo. Probabilmente siamo alla vigilia di situazioni che non ce lo permettono. Credere che l’Europa si possa salvare sfasciandola ulteriormente, o che i flussi migratori dai Paesi del Medioriente e dell’Africa possano interrompersi con qualche “grida”, o che il dramma della convivenza tra culture e religioni all’interno di ogni Paese europeo possa essere derubricato a problema di polizia, o quello dello Stato islamico a problema militare, o, ancora, che il conflitto strategico che si va aprendo con l’impero russo sia affrontabile con qualche embargo – tutto ciò è profondamente stupido, ma non per questo meno pericoloso. Soprattutto quando i discorsi stupidi vengono fatti da gente abile, che raccatta consenso grazie alla propria incredibile assenza di pudore.

Ciò sembra valere in particolare per le nostre questioncelle interne. La crisi italiana non è più, da tempo, soltanto economica e finanziaria. E pure i sondaggi ci sono arrivati. È crisi sociale e culturale. Quando il 50 per cento dei giovani non ha lavoro o ne è del tutto insoddisfatto, ciò significa il dilagare della crisi oltre i tradizionali confini “di classe” e la caduta delle condizioni di vita del ceto medio. Promettere senza avere le possibilità di mantenere si fa a questo punto un puro azzardo. Giocare sul senso drammatico di insicurezza che pervade il Paese, può scatenare reazioni ingovernabili da chiunque.

Non è lecito essere stupidi fino al punto di continuare con slogan da squallida campagna elettorale in frangenti simili. Anche la furbizia qui diventa stupidità, poiché la crisi, a un certo punto, travolgerà anche chi si riprometteva di cavalcarla, garantendo che con lui al governo le imposte si sarebbero dimezzate o amenità simili. Se non si è in grado di fare le riforme di sistema che il Paese aspetta da vent’anni e passa, se più del bricolage attuale in materia istituzionale e del lavoro non è possibile andare, bene, ce ne faremo – si dice così, no? – una ragione, ma dite la verità al popolo sovrano! Rendetelo partecipe consapevole della drammaticità della situazione interna, europea, internazionale. Fate una ragionevole scommessa: che esso sia ragionevole. Non è detto che la vinciate, ma per l’altra via perderemo tutti.

 

 

 

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