Ecco come (senza doping) riparte l’immobiliare americano

Washington. Fiscal cliff o meno, l’economia reale americana si conferma sulla strada della ripresa, addirittura indirizzata verso un possibile boom nel 2013. Perfino in quel settore immobiliare cui sono legati i ricordi del crac finanziario del 2008. Ieri il Census Bureau ha certificato che le vendite di nuove case sono aumentate del 15 per cento su base annua. Il dato, riferito al mese di novembre, è il più recente segnale positivo che si accompagna alla ripresa delle costruzioni e all’aumento dei prezzi delle abitazioni (più 4,3 per cento annuo, secondo l’indice di riferimento Case-Shiller). A differenza del 2008, l’andamento positivo non è gonfiato dalle cartolarizzazioni dei mutui: altri metodi alternativi hanno contribuito infatti al miglioramento. L’idea di Dan e Ben Miller, due fratelli di Washington e figli del costruttore locale Walker, per esempio, a metà tra il crowdfunding (finanziamento diffuso) e il microcredito. Si tratta in sintesi di cercare le risorse per riqualificare il patrimonio immobiliare tra i membri delle comunità locali, facendo così a meno della finanza “classica”. L’intuizione, raccontano in una recente intervista alla rivista Atlantic Cities, è nata da questo ragionamento: negli ultimi anni si è consolidata una tendenza che allontana gli investitori interessati al mero rendimento economico dal progetto finale.

Ad esempio, dato che la maggior parte dei finanziamenti al settore immobiliare proviene da Wall Street, i progetti locali finiscono spesso per essere ignorati a vantaggio di centri commerciali con un collaudato profilo di rischio-rendimento. Così è più facile che sia aperta una linea di credito a favore di un nuovo grande magazzino piuttosto che per un supermercato locale. Si rischia il risultato paradossale che il nuovo “mall” rimane semivuoto mentre il supermercato locale resta di dimensioni troppo ridotte per servire adeguatamente il quartiere, e perdono tutti. Secondo Fundrise, la società dei Miller, il primo passo per invertire questa tendenza è eliminare l’intermediario, il broker o chi si frappone tra l’investitore e la proprietà immobiliare, in modo da ripristinare un interesse diretto tra rendita e crescita della comunità. Chi vive in una determinata realtà conosce il territorio, è al corrente delle attività e della reputazione di chi promuove un progetto, è in grado di giudicare le sue competenze qualitative al di là del punteggio assegnato da un algoritmo per la valutazione del merito di credito e riesce a comprendere meglio di chiunque altro se una determinata idea può avere successo o meno. E’ andata così per una palazzina a due piani su avenue H, strada a nordest di Washington D. C. Dismessa e abbandonata da anni, nessuno aveva trovato i fondi per ristrutturarla finché Fundrise ha deciso di puntare su questa iniziativa per dimostrare la bontà del suo modello. Poi nell’agosto scorso il lancio: in un mese i residenti del quartiere hanno investito 325 mila dollari che, sommati ai 500 mila già investiti dai Miller, hanno garantito l’avvio dei lavori.

Nonostante la success story, non tutti sono convinti. Secondo alcuni il buon risultato di Dan e Ben si regge sulla forza finanziaria dell’azienda del padre e sul buon esito dei precedenti investimenti che, in caso di fallimento del crowdfunding, colmerebbero comunque il buco. Inoltre, secondo i critici, non tutti sarebbero disposti a spendere tempo e soldi per investimenti con un margine minimo e non garantito anche se l’idea è lodevole. I Miller comunque hanno dichiarato di avere in cantiere una serie di altre iniziative basate sullo stesso ethos e di essere stati contattati da diverse società del settore oltre che da Eric Garcetti, candidato sindaco alle prossimi municipali di Los Angeles, interessato al modello di avenue H per ricostruire i quartieri malmessi.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Alberto Mucci

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