Elettori infedeli? La risposta cambia con la proposta.

(di Mario Lavia – www.arturoparisi.it)- È come dice Arturo Parisi: «Non ci sono più elettori infedeli». Frase densissima. Che vuol dire che il consenso è sempre più volatile. Non va mai dato per acquisito una volta per tutte. Ormai un elettore si sente del tutto libero di votare una svolta a destra e l’altra volta a sinistra, oppure per un premier di sinistra e un sindaco di destra. È la politica contemporanea. Sentite Parisi, che da anni studia i comportamenti politici.

«In verità è un pezzo, diciamo pure quattro decenni, che gli elettori, o almeno una quota elevatissima di essi, si è liberata dalle appartenenze che misurammo per la prima volta nel dopoguerra. Anche nel caso di voti che si ripetono nel tempo è più prudente parlare di abitudine piuttosto che di appartenenza. Apparentemente il comportamento è lo stesso, ma le motivazioni sono profondamente diverse. A differenza della appartenenza, l’abitudine non è insensibile al mutare della proposta politica. Ecco perché non ha più senso parlare di elettori infedeli».

Per l’ideatore dell’Ulivo dunque il “voto volatile” implica «scommettere sulla proposta politica, abbandonando definitivamente alle nostre spalle ogni tentazione di resa ad una vocazione minoritaria».

Qui si sta parlando del Pd… «Senza il riconoscimento dell’esistenza di un voto libero, senza la consapevolezza che niente è più scontato, la democrazia come competizione tra proposte di governo alternative, l’ipotesi dalla quale è nato il Pd è senza senso», spiega Parisi. «Per questo motivo dobbiamo registrare il risultato di ieri nella stessa colonna nella quale abbiamo iscritto quello del 25 maggio. E questo non solo perché anche ieri, come 15 giorni fa, il Pd e il centrosinistra hanno colto comunque una vittoria anche se di misura diversa. Ma perché in ambedue i casi il successo è spiegato dal credito aperto dagli elettori, dal giudizio, dalla domanda che sta dietro la risposta da essi manifestata alla proposta rappresentata da Renzi».

Inevitabile, a questo punto, chiedersi se non siamo definitivamente entrati nella post- politica, nella quale si salva giusto il Pd che ha cambiato leadership e anche “pelle” (e infatti dove è percepito come “vecchio”, perde). Risposta analitica del professore: «È proprio la diversità tra i vari risultati che è a mio parere la prova della capacità degli elettori nel distinguere un tipo di consultazione da un altro, e dentro la stessa consultazione una situazione da un’altra. Considerato che ogni situazione fa storia a sé, vorrei difendermi dalla tentazione di ricondurre alla stessa spiegazione situazioni diverse che per di più non conosco».

Entriamo nel merito di questi balllottaggi, dunque. «È appunto la diversità tra situazioni che ieri ha fatto sentire il suo peso. Se il primo turno aveva visto le diverse consultazioni comunali coinvolte nella stessa dinamica e trainate tutte in tutto il paese dalla locomotiva Renzi, lo stesso non si può dire per i ballottaggi di ieri. Non è la voglia di un rinnovamento purchessia che mi sembra all’origine della diversa performance dei candidati del partito. Se fosse stato così il Pd avrebbe dovuto vincere molto di meno visto che la maggioranza delle amministrazioni uscenti erano di centrosinistra».

E dunque? «La verità è che gli elettori hanno rifiutato di fermarsi alla sola appartenenza di partito, e hanno premiato il candidato democratico laddove esso è sembrato in sintonia con la proposta nazionale. Lo hanno invece punito laddove lo hanno percepito come candidato della continuità con la vecchia proposta e i vecchi proponenti. Non parliamo poi dei casi nei quali le difficoltà trovano la spiegazione nel tradimento o nel rifiuto delle primarie, come è successo in vari comuni sia al sud che al nord. No. Non è la domanda di un cambiamento purché sia, ma un giudizio a ragion veduta quello che ieri si è manifestato».

Poi c’è questo dato geografico, il Pd che si afferma al Nord, dove colpisce la marginalizzazione crescente della destra. Tranne la Lega. L’impressione è che al Nord il Pd appaia il solo partito a cui i ceti produttivi si aggrappino. Parisi però non gioisce: «Mi sembra indiscutibile. Ed è un problema. Il problema più grosso che a livello sistemico è a noi di fronte. Non riesco a capire come a livello nazionale si possa fondare una competizione bipolare per il governo, facendo conto su un solo polo. Se la coalizione di destra non ritrova velocemente una sua vitalità ho paura che il cantiere delle riforme che con tanta fatica era stato riaperto a gennaio finisca per risentirne».

Questa “volatilità” carica Renzi e il governo di ancora maggiore responsabilità. È come se gli elettori gli dicessero: ti crediamo ma ora fai presto a fare le cose che hai promesso. «È appunto l’appello che ho sentito di dover lanciare all’indomani del trionfo del 25 maggio contro il rischio di sedersi sopra quel 41%. È finita la stagione delle elezioni, quella che dalle prime primarie ci impegna da due anni. L’unica ossessione deve essere ora il fare».

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