Franza o Spagna purché …

( di Luciano Fasano-http://blog.ilgiornale.it/)-

E’ noto come il celebre proverbio “o Franza o Spagna, purché se magna” venga attribuito a Francesco Guicciardini, che era stato prima come ambasciatore di Firenze in Spagna presso la corte di Ferdinando il Cattolico e poi, tornato in patria, aveva propugnato un’alleanza con i francesi per fermare lo strapotere di Carlo V e assicurare un po’ di indipendenza alla penisola italiana. Francia e Spagna erano allora, nell’immaginario collettivo del Cinquecento, due grandi potenze europee. Francia e Spagna sono oggi due paesi che segnano con il loro comportamento elettorale una tendenza destinata a farsi largo in tutta Europa.

Francia e Spagna, con le recenti elezioni regionali della prima e le elezioni politiche dell’altro ieri della seconda, ci dicono infatti una cosa molto chiara. Una cosa che sembra essere sfuggita a gran parte degli osservatori che fra ieri e oggi si sono espressi sulle elezioni spagnole, e che soltanto qualche settimana fa hanno commentato il voto francese. Non tanto il fatto che il bipolarismo, o meglio sarebbe dire il confronto fra le famiglie e tradizioni politiche sul quale si è retto in gran parte dei paesi europei fino a ieri, cioè quella cristiano-democratica e quella socia-democratica, sia ormai superato. E nemmeno che se la Spagna avesse avuto una legge come l’Italicum quel che è accaduto in quel paese non sarebbe accaduto, perché qualsiasi legge elettorale di tipo majority(cioè con doppio turno) avrebbe probabilmente evitato alla Spagna la situazione in cui si trova, quindi non soltanto l’Italicum ma anche sistemi elettorali come quello francese, giusto per fare un esempio di attualità (anche se nessuno due settimane fa, dopo la sconfitta del Front National della Le Pen si è azzardato a dire che ciò era accaduto grazie al doppio turno della legge francese).

Ciò che con le elezioni spagnole di domenica, insieme alle regionali francesi di due settimane fa, trova conferma è l’inesorabile avanzata delle forze populiste, di destra e di sinistra. E il fatto che ormai la principale dimensione della competizione elettorale non è più quella fra sinistra e destra, ma quella fra partiti espressione del cosiddettoestablishment e partiti anti-establishment.

Franza e Spagna purché …  la protesta ce guadagna! Verrebbe da dire. Una protesta che già aveva iniziato a prendere forma con le ultime elezioni europee, ma che in realtà ha iniziato a delinearsi, sebbene con percentuali di consenso più limitate, anche se parimenti diffuse in tutti i paesi europee, con le elezioni per il Parlamento europeo del 2009. Una protesta che esprime a suon di voti il disagio di ampie fasce della popolazione, che spesso sono anche quelle più colpite, nei diversi paesi, dalle conseguenze negative della globalizzazione. Ma non si tratta soltanto dei perdenti del mercato globale. In realtà, si tratta anche di persone che – a diverso titolo – non riescono più a “turarsi il naso” e a votare i partiti tradizionali, specie quelli che governano, che sono sempre più disilluse da una politica che ha reso sostanzialmente simili destra e sinistra, che non credono più alle parole (in molti casi, vere e proprie promesse da marinaio) dei capi di governo, che nonostante i proclami a favore della ripresa continuano a vedere la crisi, che hanno paura per il futuro proprio e dei propri figli, che vedono aumentare la pressione fiscale mentre le forme dell’intervento statale, dalle politiche di welfare alla previdenza, sono sempre più scadenti e inefficaci, che considerano il ceto politico una casta di illusionisti e professionisti dell’imbroglio. E che, non rassegnandosi ancora all’inefficacia del proprio voto, decidono di partecipare con tutta la loro rabbia e indignazione, votando quei partiti anti-sistema che sono visti come l’ultima speranza per un radicale quanto necessario cambiamento delle cose.

Con la sola eccezione della Germania, che salvaguardando il proprio esclusivo benessere ha certamente contribuito ad alimentare questo fenomeno, le forze populiste, euro-scettiche e anti-establishment (o anti-sistema), a destra come a sinistra, avanzano in tutta Europa. Un’Europa che non riesce a proferire una sola parola all’unisono su temi di cruciale importanza quali l’immigrazione, la lotta al terrorismo, e tutto ciò che non riguardi una visione esclusivamente rigorista della stabilità economico-monetaria dei paesi membri. Un’Europa priva di una vera governance sovranazionale, che non riesce a trovare nella politica, in particolare nelle tradizioni politiche di cui si è alimentata per oltre un secolo, una risposta in grado di superare la rabbia, la paura e la protesta dei propri cittadini.

Di questo ci parla il voto spagnolo e quello francese. E a fronte di una politica incapace di fornire risposte, a destra come a sinistra, si manifesta la decadenza di un’idea di Europa che nei padri della democrazia europea post-bellica rappresentava un orizzonte di speranza mentre nei nipoti, ormai trasfigurati in un ceto politico-burocratico rinserrato nelle stanze di Strasburgo e Bruxelles, sta sempre più prendendo le sembianze di un’astrazione inutile se non addirittura controproducente.

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