Ha perso l’idea di partito, non solo Bersani –

(di Arturo Parisi- l’Unita’ 5 marzo 2013)-

Più che il tradizionale unanimismo, della prossima
Direzione Pd temo che, magari solo in corridoio, a finire
imputato per la mancata vittoria sia soprattutto Bersani.
Nulla sarebbe più ingiusto, nulla più fuorviante.

Guai se qualcuno pensasse che ad uscire sconfitta dal voto
sia stata la persona di Bersani e non invece la linea del
Pd.

Ancor peggio se qualcuno pensasse che su questa linea il
partito disponga di un segretario migliore di lui.

Sento il dovere dirlo proprio perchè di questa linea sono
stato e resto un avversario convinto, un dovere ancora più
esigente alla vigilia di una Direzione che segna per me la
conclusione di una fase del mio rapporto col partito.

Se sulle “politiche” Bersani, ha preferito per onestà
esprimersi con una voluta approssimazione, sulla
“politica”, sulla idea della democrazia e del partito mai
nessuno prima di lui è stato così nitido e chiaro. La
identificazione della democrazia con i partiti, la
rivendicazione del loro primato e protagonismo nella
società e nelle istituzioni ha guidato le sue parole e i
suoi passi come una stella cometa.

Con questa idea Bersani ha conquistato nel 2009 la
Segreteria. Su questa linea ha guidato il partito, con
coerenza e continuità, nella società e nelle istituzioni.
Con questa linea si è contrapposto a Renzi nelle primarie
per la premiership. Grazie a questa linea e alla
imposizione delle regole che riteneva dovessero da essa
derivare le ha vinte col sostegno convinto del corpo
centrale del partito che, nella sua dorsale organizzativa e
nel personale che la governa, è di questa linea prodotto e
allo stesso tempo riproduttore. E’ a questa linea che
Bersani ha prestato il suo volto amico. La stessa che,
nonostante adattamenti e dissimulazioni, è stata ed è da
lui perseguita con determinazione. Una determinazione
guidata dalla intenzione di restaurare, dopo la stagione
che lui intesta al populismo, il ruolo della
intermediazione partitica e perciò la centralità del
parlamento e la rappresentanza proporzionale più o meno
corretta. Una determinazione alimentata allo stesso tempo
dalla illusione di poter contrastare la domanda di
democrazia diretta delle nuove generazioni ad alta
scolarizzazione alle quali i nuovi “media” prospettano, per
la prima volta nella storia a livello di massa, la
possibilità di passare dall’esercizio di una competenza
solo passiva ad una competenza politica attiva, rendendo
quindi non più giustificata e sopportabile la
intermediazione estesa e costosa ereditata dal passato.

Ma questa non è la linea di Bersani. E’ la linea che è da
sempre la linea del Partito. I Partito che Bersani dice di
aver trovato. Lo stesso che assicura sarà dopo di lui.

E’ appunto in nome della fedeltà al Partito e alla sua
linea che Bersani ha aperto le sue Feste ma non appoggiato
nè sottoscritto il referendum contro il Porcellum. E’ per
questo che pur restando agli atti ufficiali la preferenza
per il doppio turno, Violante ha perseguito a suo nome il
disegno di una rappresentanza ad impianto proporzionale. E’
per questo che della Francia ha accettato tutto all’infuori
del semipresidenzialismo. E’ per questo che ha introdotto
il finanziamento pubblico ai partiti, mentre riduceva la
quantità dei rimborsi elettorali. E’ per questo che ha
accettato di correre il rischio di restare a quel
proporzionale troppo corretto che si chiama Porcellum dando
ad intendere di aver ripulito le nomine con le dolorose
primariette di fine d’anno.

E’ solo una linea come questa, la linea del Partito, che
può spiegare la scelta che ha guidato Bersani alla mancata
vittoria. Da dove può mai venire infatti una tattica del
tipo “io organizzo i progressisti”, “voi organizzate i
moderati” e poi ci incontreremo dopo il voto in Parlamento?
Da dove la scelta di parlare solo ai “nostri” invece che a
tutti, decidendo di lasciare una parte nelle mani dei
centristi,e un’altra alle piazze di Grillo, col rischio che
anche una parziale tenuta del Cavaliere trasformasse il
sorpasso all’indietro del Pd da una mezza vittoria in una
totale sconfitta. No. Con questa linea, la linea del
Partito, il Pd avrebbe potuto solo raggiungere il primato
che ha cercato. Forse con misure diverse. Ma non di più che
una vittoria di minoranza perchè guidata da una ispirazione
identitaria minoritaria. E’ infatti difficile trovare voti
che non si sono cercati.

Il problema non è quindi la scarsa comunicativa di Bersani
o i limiti della sua leadership e perfomance, non i suoi
difetti, ma la sua virtù.

Non è Bersani il problema ma la linea del partito.

Ma può questo Pd avere una linea diversa da questa? Questo
è il problema.

Dice bene Renzi e tutti quelli che ancora scommettono sul
Pd: sfidare Grillo. Purchè sia chiaro che sfidare Grillo
significa raccogliere la sfida che viene dall’esterno
sfidando questo Pd dall’interno.

Le scelte troppo a lungo rinviate sono ormai difronte.

Questa volta non è più consentito decidere di sbagliare
assieme per paura di aver ragione da soli.

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