Il ceto politico che (non) c’è…

NICOLA PASINI*
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO

Le elezioni politiche del 2013 saranno ricordate dagli esperti come l’agonia di un ventennio politico inconcludente, la cosiddetta Seconda Repubblica, o – come alcuni nuovi protagonisti della politica italiana amano ripetere – l’inizio di una nuova fase ‘virtuosa’, addirittura costituente? Quale sistema partitico avremo? Quasi bipartitico come nel 2008 (72% tra Pdl e Pd) al di là del suo sfarinamento successivo, oppure un sistema all’insegna della frammentazione come nel 2006, sia pur all’interno di un assetto bipolare? Saranno le urne a dirci se la novità della coalizione intorno al presidente Monti ripeterà la ‘performance’ del Patto per l’Italia di Segni e Martinazzoli del 1994 o piuttosto se sarà in grado di destabilizzare l’assetto ancora bipolare incentrato su Pdl e Pd e rendersi, nella prossima legislatura, la vera protagonista della politica italiana.

In attesa che la campagna elettorale prenda forma, soprattutto nei confronti di un elettorato tuttora disincantato e in parte incerto, a poche ore dalla presentazione delle liste la novità sembrerebbe quella di un certo ricambio del ceto politico, in nome della trasparenza e della moralità. Ciò non significa necessariamente che i nuovi rappresentanti in parlamento saranno migliori di coloro che li hanno preceduti. Ad ogni modo, la necessità – tutta italiana – di ricorrere ad una quota consistente di rappresentanza della società civile dimostra ancora una volta il solito complesso di inferiorità dei partiti, alcuni più di altri. Insomma, al momento di presentarsi con i propri simboli e la propria identità, fatta di leader (contano, eccome, alla faccia di coloro che criticano la personalizzazione della politica….) e di ceto politico capace di attrarre consenso e di formulare politiche pubbliche coerenti – consapevoli della propria inadeguatezza – i partiti rinunciano alla propria funzione di selezionare e reclutare il personale politico, appellandosi alle proprietà taumaturgiche della famigerata società civile.

Prendendo sul serio e fino in fondo il ‘partito pigliatutto’ come modello organizzativo, i partiti hanno appaltato totalmente la propria immagine e la futura rappresentanza all’esterno: un po’ di sindacato, un po’ di imprenditori ma anche un po’ di terzo settore, passando per la magistratura, il giornalismo, lo spettacolo, lo sport e qualche noto intellettuale, cercando al tempo stesso di essere politically correct con una spruzzatina di rappresentanza omosessuale che non urti troppo le sensibilità ecclesiastiche. Lungi dal riprodurre i partiti politici come fossero i soli protagonisti del governo democratico e i soli proprietari dello stato, come possiamo pensare che essi intercettino bisogni, aspettative, domande dei cittadini e dei diversi gruppi sociali se rinunciano alla loro missione?

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“L’esame” è uno spazio dedicato a brevi analisi, commenti e punti di vista di quello che accade in campagna elettorale, tenuto da professori universitari che si occupano a livello scientifico di Politica.

Un’ampia rete di docenti, comunicatori, ricercatori e analisti, in cattedra in tutta Italia, approfondiscono qui i vari aspetti della campagna elettorale da un osservatorio privilegiato ma non accademico. Per leggere la realtà in chiave scientifica e aiutare a decrittare i comportamenti dei politici.

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