L’ossessione tedesca e l’incubo europeo

(da www.ilmioblogdieconomiablogspot.it)-

La Germania è accusata di aver attuato una politica di compressione della crescita  salariale interna che le avrebbe permesso di sconfiggere la concorrenza dei paesi più deboli, espropriati della possibilità di svalutare la  loro moneta, ma che ha finito per innescare la crisi dell’euro, avendoli portati in recessione e a livelli sempre più insostenibili di disoccupazione.
Krugman ed altri chiedono  alla Germania di rilanciare la domanda interna, anche a costo di un’inflazione più alta, quale mezzo per evitare che l’euro si frantumi.
La Germania, a solo sentir parlare di inflazione, si chiude a riccio ed indica agli altri paesi di procedere con le “riforme” del mercato del lavoro, come ha fatto lei, quale modo per recuperare competitività e conseguente crescita dell’occupazione.
In effetti il tasso di disoccupazione tedesco (5,3% a giungo) è ad un livello che potrebbe riflettere una situazione di piena occupazione. In questa circostanza, ogni ulteriore aumento della domanda si confronterebbe con una base produttiva già stressata, che potrebbe innescare rivendicazioni salariali con conseguenti riverberi sui prezzi. L’invocazione di più domanda si tramuterebbe quindi abbastanza prevedibilmente in incrementi nominali, ma non reali, venendo meno l’effetto traino per le esportazioni dei paesi periferici dell’eurozona.
Tuttavia il tasso di disoccupazione attualmente in uso nelle statistiche ufficiali internazionali esclude dal computo della forza lavoro coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione. Come pure esclude, considerandoli a tutti gli effetti occupati, coloro che hanno accettato un lavoro part-time solo perché non hanno trovato nulla di meglio.
Nella definizione ufficiale di disoccupati vi entrano in Germania 2,3 milioni di persone. Ma se si aggiungono le altre categorie escluse dalle statistiche ufficiali, i disoccupati salgono a 5,1 milioni, ovvero l’11,7% della forza lavoro ridefinita per includere gli scoraggiati. In altri termini, per ogni disoccupato ufficialmente censito ve ne sono altri 1,3 che vengono ignorati (il rapporto più alto tra i maggiori paesi europei, dopo l’Austria. Praticamente sullo stesso livello si colloca il Regno Unito e l’Italia).
L’ossessione tedesca per l’inflazione non ha quindi ragion d’essere. Una politica orientata alla crescita della domanda interna riattiverebbe infatti coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro senza che – automaticamente – si inneschi una spirale inflazionistica. Sarebbe una crescita sana, basata su incrementi reali di occupazione e redditi. Ma in tal modo anche gli altri partner europei potrebbero agganciarsi alla domanda proveniente dal Nord Europa e invertire l’attuale trend recessivo.
Un sogno? Forse. Ma l’alternativa è un incubo.

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