Perché i trent’anni di Maastricht non hanno distrutto l’Italia

di Bruno Soro- Arcipelago
«I grandi eventi storici sono spesso dovuti a variazioni nello sviluppo demografico e ad altre cause economiche fondamentali; ma poiché per il loro carattere graduale queste sfuggono all’attenzione degli osservatori contemporanei, tali eventi sono attribuiti alle follie di statisti o al fanatismo di atei».
John Maynard Keynes  Le conseguenze economiche della pace

Rifacendosi ad un recente saggio dell’economista tedesco Servaas Storm , in un articolo dal titolo altisonante: “Come trent’anni di Maastricht hanno distrutto l’Italia”, il giornalista e saggista Thomas Fazi scrive: “Storm nota come fino ai primi anni Novanta l’Italia abbia goduto di trent’anni di robusta crescita economica durante i quali è riuscita a raggiungere il Pil pro capite delle altre nazioni principali della futura zona euro (soprattutto Francia e Germania)”. Entrambe le narrazioni sono condizionate da alcune ‘sviste’ assai discutibili, a partire dall’affermazione che dai primi anni ’60 del secolo scorso l’economia italiana “abbia goduto di trent’anni di robusta crescita economica”.
Rinviando per i dettagli al mio recentissimo “La lunga crisi dell’economia italiana” vale la pena di ribadire quanto segue. Dopo il ventennio del boom economico 1950-’70, nel corso del quale il tasso annuo medio di crescita è stato superiore al 6%, nei successivi decenni l’economia italiana ha via via dimezzato il suo tasso di crescita, sceso al 2,5% nel decennio 1980-’90, all’1,6% nei dieci anni successivi all’ingresso nell’Unione Europea (anni nei quali ha peraltro fatto registrare un buon 3,6% nel 2000, il 2% l’anno prima dello scoppio della Grande Crisi del 2007, e l’1,7% nel 2010), per poi attestarsi attorno ad un tasso prossimo allo zero dal 2010 in poi. Nei vent’anni dall’adozione dell’euro l’economia italiana ha poi attraversato due grandi crisi, la prima, non imputabile a cause interne nel 2007 (-5,7%), e la seconda nel 2012 (-2,9%) dovuta all’entità del Debito pubblico italiano.
Si tratta, pertanto, di una lunga crisi tutta italiana, alimentata dal progressivo aumento del rapporto Debito pubblico sul PIL (esploso a partire dai primi anni ’80, ben prima quindi dell’ingresso dell’Italia nella UE), debito che ha raggiunto il 250% alla fine del 2011 (quando è entrato in crisi il quarto Governo Berlusconi). La tesi alla quale fa riferimento Fazi è dunque smentita dai dati: non è vero che fino ai primi anni ’90 l’economia italiana “abbia goduto di trent’anni di robusta crescita economica”, ma piuttosto, come ho avuto modo di sostenere già dieci anni fa , essa è precipitata, a partire dai primi anni ’70, in una lunga fase di declino economico dalla quale non è ancora uscita.
La narrazione di Servaas Storm, invece, fa perno sull’interpretazione di un grafico nel quale viene evidenziata l’ascesa e il declino del GDP pro capite dell’Italia in raffronto a quello della Francia e a quello di un aggregato, indicato come Euro-4, relativo a quattro economie considerate nel loro insieme: Belgio, Francia, Germania e Olanda. E’ curioso come il trentennale processo di convergenza del PIL pro capite dell’Italia (dal 1960 alla prima metà degli anni ’90 del secolo scorso) e la successiva rapida caduta a partire dall’adesione dell’Italia all’Unione Europea vengano interpretate da Storm con riferimento alla teoria del catching up di Moses Abramovitz (quanto meno nella titolazione del grafico), senza peraltro fare riferimento (anche solo nella bibliografia) alle ipotesi sulle cause di quel fenomeno originariamente avanzate dallo stesso Abramovitz.
Siccome in più di un’occasione ho fatto riferimento io stesso a quella teoria – sia con riguardo al contesto regionale italiano che a quello europeo -, ho sempre precisato come la tesi di Abramovitz sia incentrata sull’azione di due forze, dalla cui direzione e intensità quel processo dipende: il potenziale di cui un’economia dispone e la capacità della stessa di realizzare il potenziale di cui dispone, mostrando i fattori che influiscono su di esse. Per contro, l’analisi di Storm si concentra unicamente sulle seguenti due cause: l’austerità della fiscalità della UE e la permanente caduta dei salari reali che avrebbero soffocato la domanda aggregata dell’Italia dopo il 1992. Ora, se fosse vera questa interpretazione, non si capirebbe perché, unico caso all’interno dell’Unione Europea (e a maggior ragione dell’Eurozona), solo l’economia Italiana sia stata penalizzata dalla “«superstruttura politica e legislativa» imposta dal Trattato di Maastricht del 1992”, dal momento che le economie di tutti gli altri paesi dell’Unione (ivi inclusi quelli dell’Eurozona) sono cresciuti a tassi che in ogni sotto-periodo di tempo (a far data dalla creazione della UE) sono un multiplo di quello fatto registrare dall’economia italiana.

In ogni caso, c’è del vero nell’affermazione di Storm che la “fiscalizzazione permanente, la persistente contrazione dei salari e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda aggregata italiana”, ma solo con riguardo alla contrazione dei salari.
E’ indubbio che dagli inizi del nuovo secolo vi sia stata una consistente erosione dei salari reali dei lavoratori italiani, a seguito della quale si è verificata una permanente caduta dei consumi interni e di riflesso degli investimenti reali, per cui si è avuta una consistente caduta della domanda interna, ma ciò non ha nulla a che vedere con la “sopravvalutazione del tasso di cambio” e con l’Unione Europea, bensì con quella “svalutazione interna” che ha fatto seguito al cambio della moneta: un “grande evento storico”, per dirla con Keynes, tutto italiano, dal momento che non ha riscontro in nessun altro paese dell’Eurozona.
Come si ricorderà, infatti, il tasso di cambio di 1936,27 lire per un euro è stato fissato (irrevocabilmente, come per tutte le altre valute) dal Consiglio europeo sulla base dei valori dei tassi di cambio vigenti sul mercato dei cambi il 31 dicembre 1998. Ora, in Italia, unico caso in tutta Europa, le categorie sociali in grado di fissare il prezzo delle loro merci e prestazioni (imprese, commercianti, professionisti) hanno approfittato del cambio della moneta per effettuare una sorta di ‘regolamento dei conti’ sulla distribuzione del reddito tra i percettori dei salari e i percettori di “altri redditi”. Gli stipendi e i salari sono stati infatti convertiti nella nuova moneta in base al tasso di cambio ufficiale (di poco meno di due mila lire per ogni euro), mentre i prezzi di molte merci e prestazioni sono stati convertiti come se il cambio lira/euro fosse stato di mille lire per ogni euro, ovvero, con un cambio ufficiale svalutato della metà.
Non si è trattato quindi di una “svalutazione della moneta” (che in effetti c’è stata, ma del dollaro rispetto all’euro) sul tipo di quella verificatasi a seguito di un attacco speculativo alla lira nel 1992, bensì di una ‘furbata’ tutta italiana: un caso da manuale di redistribuzione del reddito a scapito dei lavoratori dipendenti. Altro che “austerità delle regole europee”! È una vicenda tutta italiana volta a ‘recuperare’ i vantaggi salariali conquistati con le lotte sindacali degli anni ’60. Lotte sindacali che hanno portato all’approvazione della legge “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, meglio nota come Statuto dei Lavoratori (entrata in vigore il 20 maggio 1970). La risposta a quelle conquiste dei lavoratori salariati ha generato un conflitto (latente e sotterraneo), a cui ha fatto seguito il progressivo indebolimento del sindacato favorito anche dalle lotte interne ai partiti della sinistra. Conflitto che si è risolto, dapprima, con la modifica della normativa sul lavoro del 2012 avviata dalla riforma Fornero, e che è culminato (con la complicità del Governo di Matteo Renzi), con l’entrata in vigore il 7 marzo 2015 del ‘contratto a tutele crescenti’. La ‘svalutazione interna’ e la progressiva precarizzazione del lavoro hanno comportato la forte riduzione dei salari dei lavoratori italiani (oggi tra i più bassi all’interno dell’Eurozona), evidenziata anche dall’analisi di Storm.
Non sono stati quindi “i trent’anni di Maastricht che hanno distrutto l’Italia”, ma quei ‘grandi eventi storici’ che negli ultimi cinquant’anni hanno fatto sì che l’Italia abbia progressivamente distrutto sé stessa.
Alessandria, 25 aprile 2019

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