San Pietro

(di Gianluca Veronesi)-

Per gran parte dei cittadini italiani la consapevolezza dell’epidemia è avvenuta in un’atmosfera molto secolarizzata. Con priorità decisamente laiche e materiali.
Al momento della reclusione l’unica urgenza era il cibo. Non solo come alimentazione ma anche come intrattenimento e rito famigliare per eccellenza.
E poi si sa che il cibo, fra tutte le opportunità consolatorie, è la più efficace, comoda e conveniente.
Eravamo più disorientati che spaventati. Tutto era nuovo, stupefacente e -se posso osare- a modo suo affascinante.
Per cui la dimensione religiosa è cresciuta lentamente.
In fondo, mai in tutto il periodo, ci hanno fatto vedere immagini di lacrime, sofferenze fisiche, morti. Bare tante ma proprio per il loro numero e per come erano organizzate con ordine militare, apparivano astratte e irreali.
Non ci hanno trasmesso la disperazione dei “congiunti”, ne’ la commozione dei funerali.
Non ci siamo imbattuti in emozioni sconvolgenti, immediatamente foriere di preghiere.
La quarantena ha fatto il resto, impedendo messe e processioni.
La presenza della fede ha aiutato piuttosto a dare un senso agli avvenimenti, ha portato un contributo alla ricerca di una “utilità” di tanto dolore, sacrificio, danno materiale.
Tuttavia, alla fine, l’immagine del Papa in Piazza S.Pietro vuota ha preso il sopravvento, è diventata il riassunto emotivo di tutto il periodo.
Quel vuoto, quel silenzio non erano il bilancio fallimentare di un Paese, di una religione, di un modello di sviluppo. Era semplicemente la disfatta dell’umanità.
Per colpa di chi? Chi è stato il responsabile? L’umanità stessa.
La globalizzazione doveva rendere più partecipato ed equilibrato il governo del mondo.
Abbiamo solo ottenuto che i difetti dell’uno arrivino più celermente a contaminare gli altri. Siano difetti di natura sanitaria, economica, morale, delinquenziale.
La globalizzazione non si sta certamente traducendo in una collaborazione bensì in una competizione, sicuramente più aperta ma anche più selvaggia.
Una escalation di dazi doganali, muri anti immigrazione, concentrazioni industriali, paradisi fiscali, disastri ambientali.
Onore a Papa Francesco. Non so quanti dei suoi predecessori avrebbero scelto il luogo simbolo della chiesa “trionfante”, la piazza per definizione piena e plaudente, a muto testimone del temporaneo sonno della provvidenza.
L’immensa basilica deserta sarebbe già bastata a rendere quei riti pasquali inconcepibili.
Così come era impensabile che un governo italiano chiudesse le chiese.
Comprensibilmente le epidemie sono sempre state un momento di massima espressione della fede.
E molte volte il contagio è stato visto come un castigo di Dio.
L’ultima volta fu nei confronti di omosessuali e tossicodipendenti in occasione dell’AIDS. Il sottotesto era: se lo sono cercato!
In questa occasione non si riesce a trovare un colpevole convincente o almeno un capro espiatorio.
Sì, è vero, Trump ci sta provando con il governo cinese ma sa troppo di manovra elettorale. Quando sento dire dal Presidente americano che ha le prove del virus fabbricato in laboratorio, mi viene in mente quando avevano indizi certi e convincenti delle armi di distruzione di massa irachene.
Il Papa non si è tirato indietro: ha deciso che la pandemia era una buona occasione per riflettere sulla arroganza dell’uomo, sulla sua convinzione di onnipotenza, sul suo egoismo che non rispetta nemmeno più l’equilibrio della natura.
In questi mesi abbiamo visto tante tragedie ma anche tanta bontà, solidarietà, generosità. Sia che fossero le donazioni milionarie, i volontari che preparano i pacchi alimentari, gli ottomila medici che rispondono a una richiesta di trecento.
In tanto caos mondiale, nel riemergere delle solite e stucchevoli polemiche, nella ricerca impossibile di un nuovo ordine mondiale, poco per volta si è fatto spazio Francesco che, alle 7 del mattino, nella disadorna cappella di un albergo (tale è la sua residenza, ci pensi Mattarella visto che a Roma esiste già l’hotel Quirinale) pronuncia poche parole di ringraziamento ad ogni categoria di vittime e di coraggiosi. Non c’è niente di spettacolare, niente di cui inorgoglirsi ma c’è’ tanto di consolatorio.

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