Serve un congresso non un biscazziere della politica

Scritto da Franco Gavio

Correre in fretta verso le elezioni dopo aver accusato una batosta elettorale senza dovere riflettere attraverso la convocazione di un congresso a me pare un’enorme scempiaggine. Una tale cesura impone che un partito, avente responsabilità di governo, riunisca i propri quadri per dibattere e analizzare compiutamente le ragioni del siffatto rovescio e da ciò trarre insegnamento. Non è escluso che da un franco confronto sortisca un cambiamento della propria linea progettuale futura. Sennonché, oggi qui da noi, leaderismo e cesarismo hanno capovolto il classico modello attraverso il quale la qualificazione delle istanze risaliva dal basso verso l’alto all’interno di una struttura piramidale tipica di una formazione politica a vocazione popolare (bottom-up). Differentemente da quel tradizionale paradigma, ora il “verso è cambiato”: è il demiurgo che detta la linea (top-down). Forte del suo potere maggioritario, il demiurgo non ascolta, ma decide “motu proprio”, non include ma esclude. Mimicamente tra il lusco e il brusco tutto ciò ci riporta alla festosa acclamazione craxiana di non tarda memoria. In quel glorioso partito ove, in netta contraddizione con la sua travagliata storia, al sorgere degli anni 80, quel vivace confronto fra le diverse tesi venne bandito per fare posto all’adorazione nei confronti del Capo; in quel partito ove, in luogo della chiassosa disomogenea territorialità dei delegati, si preferì una “clack” di pretoriani giubilanti, quasi tutti cooptati dal caporione in persona. Il tragico epilogo di quella secolare formazione politica non lascia alcun dubbio verso quale modello di selezione dei quadri e delle tesi sia meglio adottare in un paese la cui forma di governo si definisce democratica. Nonostante ciò, tuona il demiurgo, affrettiamoci a montare la tenda del “votificio”. Non perdiamoci in quelle noiose discussioni che un tempo s’intrattenevano nei nostri circoli di periferia; non lasciamo che i nostri iscritti e simpatizzanti “spurghino” il loro malumore su argomenti quali: la disuguaglianza, l’immigrazione, la precarietà,  i bassi salari, e la sicurezza personale.

Invece, nel Labour vi fu un “clima” del tutto opposto a partire dal giorno successivo alla Brexit. Altro che “spallucce”, finte contrizioni, analisi abborracciate o tweets rasserenanti: una discussione al “calor bianco”.

La destra del partito chiese la testa di Jeremy Corbyn reo, a suo dire, di non aver accompagnato con fervore la campagna per il “remain”. Ma il buon Jeremy – che forse non sarà in predicato di diventare uno statista del Regno – è tuttavia, a differenza dell’attuale segretario del PD, un uomo di partito, svezzato e poi cresciuto nel corso della sua ultra trentennale militanza politica, tra comizi e manifestazioni presenziate accanto ai responsabili delle Unions (sindacati inglesi); nonché sempre in prima fila nei sit-in di protesta insieme alle maestranze impiegatizie e operaie delle fabbriche. Egli, grazie al suo fiuto “proletario”, aveva intuito prima di tutti – nonostante alcuni sarcastici commenti provenienti dall’establishment New Labour – che fra i leavers si annidava un corposo pezzo della working-class inglese, non tanto per regolare il conto con la UE, quanto per inviare un messaggio di protesta all’establishment politico corrente, compreso la dirigenza del partito, dalla quale non si sentiva più rappresentata. Incessantemente, fin dallo spoglio del risultato referendario, la stampa britannica pubblica articoli (opinions) sul perché della Brexit e la conseguente impensabile sconfitta subita dai “remains”. Leggendo gran parte di quei resoconti non risulterebbe difficile a chiunque evidenziare quanto Corbyn avesse ragione. Qui, per l’occasione scrive una giornalista tedesca sul Guardian.

Viaggiando per due mesi in Gran Bretagna e in Irlanda, visitando Birmingham, Hull, Grimsby, York, Edimburgo, Belfast, Newry e Dundalk, mi è venuta un’idea del perché così tante persone hanno votato per la Brexit… I lettori del Guardian mi hanno dato l’ispirazione per dove andare e chi incontrare. [Ho ricevuto] quasi 100 messaggi di posta elettronica dopo che chiesi suggerimenti per il mio primo articolo. “Le consiglio di rendere visita alla mia nonna settantaseienne in Grimsby. Nel cuore della Brexit…” E’ stato un piacere incontrare la risoluta Maria Randall e le sue amiche Margaret e Beat Haessig a Grimsby, e mi hanno aiutato a capire le ansie e le sfide della gente in una zona che ha subito un lungo periodo di declino economico… Quando Margaret stava diventando adulta negli anni 1950 e 60, Grimsby era un luogo fiorente. Con il tempo Maria si trasferisce in città nel 1983, e da lì il declino era già cominciato. “Ma quando l’industria del pesce è scomparsa non ci fu più alcun investimento” mi disse. “I giovani sono andati via perché non c’erano più posti di lavoro per loro.“

Mi hanno fatto vedere quelle che una volta erano le attive aree destinate al commercio, che ora sono fatiscenti, e mi ha sottolineato i negozi e le imprese che sono state chiuse…

Per raggiungere Hull il giorno dopo, che in pratica è a un tiro di schioppo verso l’altra parte del fiume Humber, ho impiegato quasi due ore, perché non vi è alcun collegamento ferroviario diretto. Gli imprenditori locali mi hanno detto di essere stufi delle cattive infrastrutture e della mancanza di investimenti da parte di Westminster. Ho sentito molte volte dirmi “tu a Londra“, anche se sono stata una londinese temporanea per solo due mesi… Le persone con cui ho parlato e che avevano votato per la Brexit hanno affermato di essere stufi dell’Europa, in verità avevano problemi più specifici: come l’abbassamento degli standard di vita, la mancanza di alloggi a prezzi accessibili, l’aumento della povertà e l’inefficienza del Servizio sanitario pubblico. Tutte buone ragioni per essere scontenti, anche se Bruxelles non è certo da biasimare

La mattina che ho lasciato Grimsby è stato il giorno in cui il mondo ha appreso che Donald Trump aveva vinto le elezioni degli Stati Uniti. L’outsider aveva battuto l’establishment. Molte persone, me compresa, ha ritenuto che una Brexit fosse accaduta nuovamente… Quando sono arrivata in Gran Bretagna portai nella mia mente l’immagine di una società divisa in cui i giovani, gli abitanti delle aree urbane, le persone istruite avessero votato per rimanere, mentre gli anziani, i componenti della classe operaia e gli xenofobi, avessero votato per starsene per conto proprio. Ma non è così semplice… La società britannica come ho potuto constatare ha più profonde linee di faglia di qualsiasi altro paese in cui ho vissuto come la Polonia, la Svezia, la Germania e l’Italia… Secondo una ricerca condotta da Poverty and Social Exclusion, 30 milioni di persone nel Regno Unito soffrono d’insicurezza finanziaria, 4 milioni non sono adeguatamente nutrite, 2,3 milioni di famiglie non possono permettersi di riscaldare gli spazi di vita quotidiana delle loro case. Per un altro verso, vivono qui più miliardari che in molti altri paesi, e l’economia è cresciuta nel corso degli ultimi sei anni

I giovani londinesi “privilegiati” con buoni posti di lavoro mi hanno detto che mettere su famiglia sia fuori questione perché non possono permettersi appartamenti con abbastanza spazio. “I nostri genitori vivono in case che noi non potremmo mai permetterci“, affermano i Millennials. I nordirlandesi e gli scozzesi si lamentano che sono trascurati dai decision-makers di Londra.

E’ vero che non basta solo “leggere” la crisi di sfiducia dei ceti medi nei confronti delle proprie tradizionali rappresentanze politiche, quanto trovare le adeguate policies per recuperare il terreno perduto. Ma da noi, dopo il risultato inatteso della “Brexit italiana referendaria”, il segretario del più grande partito di sinistra, anziché promuovere una corretta lettura, sta meditando nientemeno che il “rilancio” della sua “coraggiosa” politica del cambiamento: il solito moderatismo in salsa liberal che diede già esiti fallimentare in Inghilterra e negli USA.  Si tratta dell’azione tipica del disperato giocatore d’azzardo, che dopo aver perso gran parte del proprio capitale,  ne punta il rimanente al buio pensando di rifarsi.

Se nel Labour sono “volati gli stracci” fino alla riconferma vittoriosa di Corbyn, nella casa dei Democrats americani, dopo il successo di Trump, piatti e bicchieri vennero frantumati senza ritegno. La sinistra inviperita, capeggiata dai settantenni Sanders e Reich, insieme alle organizzazioni di base giovanili, nonché dalla rimanente sopravvissuta diaspora sindacale si è scagliata nei confronti del binomio perdente Clinton/Obama, il quale fino a oggi ha rappresentato l’asse centrale del partito. Le contumelie nei confronti di Hillary sono arcinote e non è il caso di riportarle, invece ciò che ha sorpreso sono state le severe critiche nei confronti di Obama anche da parte di posizioni moderatamente “liberal” impensabili fino a qualche mese addietro. Che cosa rimprovera la sinistra democrat al Presidente uscente: sostanzialmente di non aver agito con determinazione per un riequilibrio dei contrappesi a favore del “lavoro” e a discapito del capitale finanziario. Scrive il politologo democratico Robert Reich, ex ministro del lavoro durante la Presidenza Clinton nel suo libro “Saving Capitalism for the many Not the Few”[2] diventato in poco tempo negli USA un best seller che ha contribuito non poco a sostenere la campagna del Governatore del Vermont:

analogamente Barack Obama – spesso criticato dal mondo degli affari perché ostile al business – in realtà ha guidato una delle amministrazioni più vicine agli interessi dei potenti di tutta la storia americana…forse non è del tutto casuale  se l’amministrazione Obama non ha mai imposto condizioni severe a coloro che ricevevano i fondi per il salvataggio, non ha mai perseguito un solo massimo dirigente di Wall Street per gli eccessi che stavano per portare al tracollo finanziario totale e ha persino rifiutato il sostegno a una piccola tassa che avrebbe generato decine di miliardi di dollari di entrate annuali e scoraggiato le contrattazioni automatiche

Che la sinistra democrat, in forte ascesa negli USA, abbia il dente avvelenato nei confronti di Obama può essere comprensibile, ma che alcuni opinionisti autori di rubriche sull’edizione americana del The Economist – non certo così alieni dall’establishment dell’asinello – da tempo gli facciano continue lavate di capo – ovviamente senza mai nominarlo – per come nel suo secondo mandato ha condotto la politica economica interna, ciò ha destato qualche sorpresa. Che cosa gli hanno contestato costoro? In primo luogo non si risolve la disuguaglianza in certe aree sensibili del paese (Midwest) – guarda caso dove Trump ha trionfato – colpite dal fenomeno della globalizzazione con la puerile ridistribuzione mediante l’erogazione di sussidi. Bisognava fare molto di più che destinare lo 0,3% del PIL nazionale (Svezia 0,8%) per la riqualificazione delle ex maestranze industriali (retraining). In secondo luogo, connesso al primo, i lavoratori licenziati o attualmente sotto occupati non desiderano la “pubblica carità” ma un lavoro che preservi la loro dignità e che non li costringa a dover abbandonare i propri affetti famigliari. Per fare ciò sarebbe stato necessario che il governo federale avesse destinato in quella parte svantaggiata del paese copiosi investimenti per la creazione di aree di sviluppo specifiche (place-based economy). Proprio questa settimana sulla più nota rubrica di politica economica del The Economist, Free exchange[3] è comparso un articolo di questo tenore:

Come si risolve un problema come quello dell’Ohio? Una volta questo Stato era il fiorente cuore industriale dell’America e nel corso di una generazione si è appassito. La congiuntura economica ha contribuito al rialzo dei tassi di tossicodipendenza e a far scendere l’aspettativa di vita. La frustrata popolazione dell’Ohio, unita a quella del  Midwest, è stata determinante nel far vincere Donald Trump nel mese di novembre. Il quale ha focalizzato l’attenzione sulla situazione che compendia il declino delle zone industriali locate in quella parte ricca del mondo. Nonostante ciò, l’economia ortodossa ha poche risposte da offrire al problema della disuguaglianza regionale… le persone ritengono offensivamente elitario il concetto che il decadimento della città amata sia una parte accettabile del parapiglia che accade in un’economia dinamica.

Questo risentimento può motivare voti contro le istituzioni della globalizzazione. Proprio come è accaduto nel Midwest degli Stati Uniti e ciò ha contribuito a portare Mr. Trump al potere. Allo stesso modo la Brexit ha trionfato grazie al sostegno dei luoghi deindustrializzati come Middlesbrough e Wolverhampton. Coloro che hanno un orientamento liberale si stanno rendendo conto che ignorare le disparità regionali è per loro un rischio e un pericolo. Gli economisti sono tristemente al corto di soluzioni convincenti. Tuttavia, alcuni reputano che il problema principale stia nel fatto che il processo di riallocazione delle risorse sia avvenuto troppo lentamente

Potrebbero aiutare più generosi trasferimenti dai “vincitori” ai “perdenti”. In molte ricche economie le aree prospere già sostengono quelle povere. [Questo avviene mediante] i trasferimenti per la sanità e per le pensioni; così come le protezioni industriali e agricole forniscono un cuscino contro il declino regionale.

Ma questi provvedimenti non sono un elemento concreto per la ripresa economica di lungo periodo, e per altro non si sono rivelati sufficienti per arginare la crescita dei movimenti politici populisti. Molte persone vogliono entrambe le cose: non solo la ridistribuzione, ma anche buoni posti di lavoro, senza doversi spostare troppo per ottenerli.

Riflessioni appropriate  e condivisibili, ma conclusioni generiche e superficiali non all’altezza della fama che gode il settimanale londinese.

[Le Università] sono diventati centri di ricerca avanzata e, in alcuni casi, il fulcro dei cluster economici locali. La corrente principale (mainstream) di accademici docenti in economia potrebbe guidare un piano di lavoro; ciò significherebbe promuovere nuove idee, formare i lavoratori e rafforzare le economie regionali. Ma se gli economisti non sono in grado fornire risposte, l’insorgenza populista lo farà.

Ovviamente, la soluzione del problema non può essere affidata solo agli esperti di sviluppo locale, servono altre due componenti per completare il magico triangolo: l’inclusione sociale e le risorse. Le ultime sono una prerogativa della politica nazionale che a sua volta è spesso incatenata da imposizioni internazionali (UE, vincoli di bilancio, ecc.). Secondariamente, il The Economist non si può sottrarre dal fatto che le disparità regionali nella sfera occidentale sono una conseguenza dell’attuale “mainstream” (Washington Consensus) di politica economica internazionale (free market, massiccia deregolamentazione, flessibilità del lavoro, ecc.) di cui la pregiata rivista britannica è sempre stata una caparbia assertrice. Infine, l’estensore dell’articolo non può non conoscere il famoso trilemma di Dani Rodrik[4], dal quale il docente di Princeton ricava il “teorema” secondo cui: tanto più forti sono i principi che sottendono la globalizzazione, tanto più limitati saranno i poteri di un singolo Stato e quindi gli spazi d’esercizio democratico. Conclusione per altro rivelatasi corrispondente all’attuale realtà. Ciò detto, per rimuovere le locali “metastasi” populiste, di cui teme tanto il The Economist, poiché foriere di un pericoloso ritorno al protezionismo, si rendono necessarie politiche economiche internazionali concertate, detto in altri termini: una nuova Bretton Woods.

E’ macroscopicamente evidente che gli scenari dipinti risultano avere caratteristiche “globali”. Le problematiche delle aree a precedente vocazione manifatturiera come quella di Grimsby (Nord-Est Inghilterra), Gary (Indiana) non sono molto dissimili da ciò che sta avvenendo anche qui da noi, tenuto conto dei differenti temperamenti delle popolazioni locali e degli specifici quadri istituzionali. Le analogie sono rafforzate dal fatto che le reazione delle cittadinanze nei confronti delle non-proposte, o meglio dire delle “scorciatoie” avanzate dal corrente establishment politico dominante sono simili, ovvero di protesta. Così come a Grimsby o a Wolverhampton in Inghilterra i “leavers” hanno ottenuto un successo ben al di là del 60%, in presenza di un affluenza così partecipata mai vista nel Regno Unito; nella operaia Gary, Indiana (US Steel) il 56,82% dell’elettorato votante si espresso per Trump, allo stesso modo la città di Alessandria ha cassato con il 60% la proposta di revisione costituzionale voluta fortemente dalla “autodefinitasi” ala progressista della politica italiana.

Al cospetto di tali allarmanti risultati le forze progressiste e socialdemocratiche occidentali hanno il dovere di indagare su quale siano state le plurime cause di una tale insorgenza popolare nelle proprie realtà nazionali. I quadri più eminenti di tali formazioni  partitiche non si possono esimere dal farlo, tanto meno dal non discernere ove gli errori sono stati compiuti. Ancora peggio, riferendoci alla mancanza di ponderazione dell’attuale segretario del PD, l’annunciare vaghe soluzioni tali da lavare la propria coscienza e quella dei suoi serventi serve a nulla, anzi non fa altro che aumentare la rabbia degli esclusi. Solo attraverso un’ampia e articolata discussione congressuale che coinvolga a pari titolo sia l’intellighenzia sia la minuta rappresentanza popolare si possono sviscerare compiutamente le ragioni di questo montante malessere sociale e contrapporgli ipotesi risolutorie fattibili. Il continuare a perseverare nella politica del “rilancio” è di una tale sconsideratezza che rischia di far rompere il patto sociale tra governo e governati con conseguenze drammatiche sia per il partito sia per la tenuta democratica del paese.

[1] https://www.theguardian.com/uk-news/2016/dec/16/brexit-britain-has-the-deepest-faultlines-of-any-country-i-have-known

[2] https://www.amazon.it/Saving-Capitalism-Many-Not Few/dp/0385350570/ref=tmm_hrd_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

[3] http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21711882-orthodox-economics-distressingly-unhelpful-solving-problem-regional

[4] D. Rodrik, How Far Will International Economic Integration Go? In “Journal of Economic Perspectives” n 1 anno 2000.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *