Tutti hanno un prezzo

(di Gianluca Veronesi)-

Il populismo è il ricatto del cittadino votante nei confronti della politica. Il bello è che lo ha inventato la politica.

Io la chiamo demagogia. Dice il vocabolario: degenerazione della democrazia quando al dibattito si sostituisce una propaganda lusingatrice delle aspirazioni delle masse.
Meno elegantemente, a lusinga sostituirei mercanteggiamento e l’aspirazione sembra essere: pochi maledetti e subito.
Se tu ingolosisci gli italiani, inventando sempre nuovi modi per comprargli il voto, è naturale che da quel momento essi lo vendano al miglior offerente e organizzino anzi aste per ottenere di più.
Limitandoci agli ultimi anni: Berlusconi abolisce l’IMU, Renzi regala 80 euro, DiMaio molto di più con il reddito di cittadinanza, Salvini allora inventa quota 100 e promette la flat tax.
Capirete perché l’Italia ha un astronomico debito pubblico che, per di più, si mangia gran parte di queste regalie.
Questo debito -che appunto si chiama pubblico- ha fatto sì che che il sistema istituzionale: Stato, Regioni, Comuni non abbiano più soldi. Allora bisogna comperare la preferenza in altri modi, dando all’elettore soddisfazioni di pari valore.
Bisogna liberarlo da alcuni fastidi: il primo è quello di dover lavorare davvero, (tollerando assenteismo, autorizzando ogni tipo di licenza, permesso, deroga, evitando di applicare criteri meritocratici).
Il secondo consiste nel dover soggiacere alle regole (il cui rispetto, per altro, nessuno controlla), arrivando al punto che in questo Paese una altissima percentuale di attività, costruzioni, lavori è abusiva, non denunciata, in nero.
Ma il disagio maggiore che gli italiani pretendono gli sia risparmiato è l’essere infastiditi dalla presenza di altri. È il famoso controllo del territorio: se proprio non posso essere il padrone assoluto della situazione (gli abusivismi nascono anche per questo), almeno che io sia in compagnia di gente come me per abitudini, difetti, idiosincrasie, egoismi, invidie. Mi sono convinto che l’intolleranza all’inizio nasce soprattutto per motivi estetici, poi diventa valoriate.
Quando alla fine non rimane altro, la politica si gioca l’ultima carta, la più nobile e retorica (equivale alla svendita dell’argenteria): vende il riconoscimento di “nuovi diritti”.
Siccome apparentemente non costano nulla, ogni partito sponsorizza le rivendicazioni dei propri insediamenti. È che a forza di darci ne sono rimasti pochi di inevasi. Esauriti quelli sessuali, quelli identitari per le minoranze, quelli culturali (chiunque è un artista, perciò stesso da sovvenzionare e da non giudicare).
Più onerosi quelli economici: le pari opportunità, il diritto alla casa (che consiste nell’occupare gli alloggi sfitti), il diritto al lavoro (trovo che il reddito di cittadinanza equivalga alla cassa integrazione prima ancora dell’assunzione), il diritto allo studio senza studiare.
Invece di lasciare la parola alla scienza, ogni parlamentare pontifica di diritto alla vita e alla morte.
Ma il più recente e radicale obiettivo è il diritto alla felicità. Solo che essendo più ignoranti non degli attuali ma dei padri fondatori americani, non cogliamo l’abissale differenza tra diritto alla felicità e diritto “alla ricerca” della felicità ( dove secondo me la ricerca è più affascinante della felicità stessa).
Io, pur essendo un libertario incallito, diffido di ogni nuovo diritto perché, a fronte della mia nuova libertà, mi dota di sessanta milioni di doveri verso l’equivalente libertà degli altri cittadini italiani.
Perché tutti pensano che un diritto sia un privilegio personale e privato da esercitare non con gli altri ma contro gli altri.
Gianluca Veronesi

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